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17 Novembre 2025

Tolkien e gli dei vichinghi

Leggere il nuovo volume “Norse - Miti e Dei vichinghi” non può non far pensare alla Terra di Mezzo. L’universo narrativo creato da J.R.R. Tolkien non nasce dal nulla: è intessuto con le trame profonde della mitologia europea, in particolare quella norrena. Lungi dall’essere un’allegoria, la sua opera rappresenta un’autentica operazione di mitopoiesi, in cui temi, archetipi e figure degli “dei vichinghi” vengono adattati e trasformati per costruire una nuova, coerente mitologia.


Lo scrittore inglese fu fortemente influenzato tanto dalla mitologia norrena quanto da quella greco-romana. Tuttavia, egli rese la maggior parte dei Valar – con la notevole eccezione di Melkor – più idealizzati rispetto alle divinità dei pantheon reali, spesso inclini a gelosie, faide, tradimenti e fragilità morali.
Molti elementi accomunano le mitologie norrena e greco-romana, ma la loro costruzione teologica differisce profondamente. Nella religione greca, ogni divinità rappresentava un principio distinto – la Natura, il Tuono, la Gelosia, la Guerra, la Musica, la Morte – mentre la mitologia norrena, come quella egizia, si organizzava attorno a una grande narrazione epica, popolata da personaggi eroici che venivano poi scelti per preghiere o rituali a seconda delle loro imprese e dei loro attributi.
Ecco perché i Greci potevano avere due divinità della guerra, Ares e Atena (rappresentative anche del conflitto tra le loro città rivali), mentre per i Nordici quasi tutte le divinità partecipavano in qualche modo al dominio della guerra. A seconda di come si osserva il pantheon di Arda, si può quindi percepire una maggiore affinità ora con quello nordico, ora con quello mediterraneo.
L’obiettivo dichiarato di Tolkien era combinare la mitologia nordica con alcuni temi cristiani: sebbene questi ultimi fondino il suo universo immaginario, finiscono poi per emergere quasi involontariamente solo ne Il Signore degli Anelli, come egli stesso ammise. Tolkien guardava con una sorta di “invidia creativa” alla Germania e alla Scandinavia, poiché quei popoli possedevano una mitologia ancestrale – le antiche saghe dell’Edda – che mancava all’Inghilterra. Il suo proposito iniziale fu dunque creare una mitologia autoctona per la sua terra, attingendo alle tradizioni “settentrionali” più che a quelle mediterranee.
Per questo motivo, i Valar del Silmarillion si comportano più come gli dei norreni che come quelli dell’Olimpo. Gli dei nordici, a eccezione di Loki, sono generalmente eroici e incorruttibili; gli dei olimpici, invece, sono spesso maliziosi, indifferenti o vendicativi, e non esitano a punire severamente i mortali che violano l’ordine divino.


La visione nordica del mondo è eminentemente eroica: gli dei appaiono come alleati dell’umanità nella lotta contro un cosmo freddo e ostile. Quella greca, al contrario, è più tragica, dominata dalla sofferenza e dal destino ineluttabile, spesso causato dagli stessi uomini. Gli dei nordici erano simili a eroi, e tutti avevano compiuto imprese immense in un passato quasi atemporale, spesso pagando un prezzo fisico per un dono in cambio: Odino sacrifica l’occhio per la conoscenza, Heimdall un orecchio, Freyr una mano. Le loro saghe sono attraversate da lotte interminabili, come quelle tra Thor e i Giganti, destinate a rotrarsi fino alla fine dei tempi, a causa di un odio “naturale” tra il dio e quella razza nefasta.
In questo orizzonte, Tolkien trova il tono epico e tragico che voleva dare ai Valar. Alcuni di essi mostrano chiari riflessi norreni: la combattività fisica di Tulkas, con la sua energia primordiale, ricorda la forza di Thor; il distacco oceanico di Ulmo evoca i giganti del mare; la dizione stessa, forgiata da un profondo interesse filologico, risente dell’influsso linguistico delle leggende del Nord.
Tuttavia, pur avendo modellato i Valar sugli dei norreni, Tolkien talvolta li avvicina alle divinità classiche. Aulë, per esempio – figura cruciale nelle storie degli Anelli del Potere – richiama più da vicino Vulcano/Efesto che qualsiasi divinità scandinava. Tolkien fu influenzato da Omero e, in parte, da Shakespeare, più di quanto volesse ammettere.
I Valar, pantheon di immortali, ricordano gli Æsir, gli dei di Asgard. Manwë, loro capo, presenta alcune somiglianze con Odino, il “Padre di tutti”; Thor, il più forte tra gli dei, si riflette in Oromë, cacciatore dei mostri di Melkor, e in Tulkas, il più potente dei Valar.

Thor e Tulkas
Thor e Tulkas, in particolare, condividono molti tratti: entrambi sono campioni dalla forza ineguagliabile, meno saggi di altri ma valorosi e luminosi. Il loro aspetto – alti, biondi e possenti – li accomuna, così come il loro ruolo di protettori. Thor è iracondo ma essenzialmente un difensore, in particolare della “Terra di Mezzo” in senso mitologico. È spesso protagonista di racconti comici, come la Thrymskvida o l’episodio di Utgarda-Loki. In alcune saghe, Odino, suo padre, lo inganna, poiché la divinità suprema nordica non è mai completamente benevola, ma ambigua e talvolta manipolatrice. L’intervento risolutivo di Tulkas contro Melkor, nel Silmarillion, richiama la Lokasenna, dove Loki insulta gli Æsir a una festa finché, solo con l’arrivo di Thor, si arrende: il parallelo è evidente.
Come nota John Garth, i Valar seguono le stesse “regole archetipiche” dei pantheon reali: esistono divinità celesti come Manwë, dell’acqua come Ulmo, della morte come Mandos. Le somiglianze di funzione, tuttavia, non bastano a definire le fonti, poiché sono universali. Tolkien trae ispirazione sia dal mondo greco che da quello nordico: Manwë/Zeus, Ulmo/Poseidone, Aulë/Efesto, Yavanna/Demetra, Vána/Persefone, Mandos/Ade, e persino Taniquetil come un Monte Olimpo ideale. Ma le personalità divergono: Manwë, ad esempio, non ha quasi nulla in comune con Zeus, se non il dominio sul cielo e l’associazione con le aquile.
Gli dei norreni non corrispondono puntualmente ai Valar come quelli greci – fatta eccezione per Tulkas/Thor – ma l’intera cosmologia scandinava permea la Terra di Mezzo: il Dagor Dagorath, la battaglia finale del mondo, riecheggia il Ragnarök; e i Nani di Tolkien derivano chiaramente dai dvergar norreni.
Altri studiosi hanno osservato affinità con gli dei finlandesi, mentre altri ancora sottolineano la parentela con la gerarchia cristiana: Eru Ilúvatar, Ainur, Valar e Maiar corrispondono rispettivamente a Dio, Angeli, Arcangeli e Serafini. Persino Sauron può ricordare Arawn, il dio gallese dell’Altromondo, signore di un regno oscuro popolato di creature maligne.


Tolkien mutuò dai miti del Nord anche i toni della tragedia, della sventura e della severità morale. Il senso di destino e malinconia permea la storia dei Valar – basti pensare alla tristezza profetica di Nienna o alle conseguenze tragiche della Caduta dei Noldor. Temi come la perdita irrevocabile e il declino del mondo derivano chiaramente da quella visione nordica in cui tutto è destinato alla fine.
L’ethos guerriero, tuttavia, è meno centrale nei Valar. Gli dei norreni – Odino, Thor – incarnano la battaglia e il wyrd, la fatalità eroica; i Valar, invece, meno guerrieri e più costruttori di mondi, legislatori e custodi. Quando combattono non è per la gloria, ma per difendere l’ordine della creazione.
Nella cosmologia nordica, il nostro mondo era Midgard, la “Terra di Mezzo”, situata tra Asgard, dimora degli dèi Æsir a occidente, e Jötunheimr, la terra dei giganti a oriente, da cui provenivano tutti i mali. È evidente l’eco di questa geografia mitica in Tolkien: la sua “Terra di Mezzo” deriva da Midgard, mentre Valinor riprende tratti di Asgard, il regno divino. Il ponte Bifröst trova il suo corrispettivo simbolico nei legami che uniscono il mondo divino e quello mortale nella Subcreazione tolkieniana.
Anche la cosmologia riflette questo parallelismo: la “guerra dei poteri” tra Valar e Morgoth richiama le battaglie tra gli dei norreni; la Valacirca – la Falce dei Valar, o Grande Carro – fu posta in cielo da Varda come monito a Melkor, proprio come le stelle della tradizione norrena fungevano da avvertimento o guida.


Gandalf e Odino
Il legame più evidente è forse quello tra Gandalf e Odino. Il mago è raffigurato come un vecchio saggio e viandante, portatore di conoscenza e potere, proprio come il dio norreno della sapienza e della guerra. Il nome “Gandalf” deriva dalla Völuspá, dove designa un Nano (Gandálfr: gandr + álfr, “elfo col bastone magico”), a testimonianza della complessità linguistica dell’ispirazione tolkieniana. Odino è spesso descritto come “Il Vagabondo”: un anziano con lunga barba bianca, mantello e cappello a tesa larga, dotato di immenso sapere. Tolkien stesso ammise, in una lettera del 1946, che Gandalf fu modellato sull’idea del viandante odinico.
Come Odino, Gandalf rinuncia al suo posto nel mondo divino – Valinor – per camminare tra i mortali, guidandoli con saggezza. Il parallelo diventa quasi esplicito nello scontro con il Balrog a Moria: il demone di fuoco, ispirato a Surtr, il gigante fiammeggiante destinato a bruciare il mondo nel Ragnarök, ricrea l’immaginario apocalittico della mitologia nordica. La battaglia sul ponte di Khazad-dûm riecheggia la profezia della caduta del Bifröst sotto il peso dei giganti: ma qui Tolkien trasforma la distruzione in sacrificio redentore, e il mito del Ragnarök diviene parabola morale sul potere, la morte e la rinascita.


Quindi, sfogliare le meravigliose immagini di Antonello Venditti in “Norse - Miti e Dei vichinghi” è un modo per capire più in profondità quell’amore che spinse Tolkien a prendere ispirazione dalle saghe norrene per le sue storie fantastiche.

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Roberto Arduini
Author: Roberto Arduini

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