Leggere il nuovo volume “Norse - Miti e Dei vichinghi” non può non far pensare alla Terra di Mezzo. L’universo narrativo creato da J.R.R. Tolkien non nasce dal nulla: è intessuto con le trame profonde della mitologia europea, in particolare quella norrena. Lungi dall’essere un’allegoria, la sua opera rappresenta un’autentica operazione di mitopoiesi, in cui temi, archetipi e figure degli “dei vichinghi” vengono adattati e trasformati per costruire una nuova, coerente mitologia.
Lo scrittore inglese fu fortemente influenzato tanto dalla mitologia norrena quanto da quella greco-romana. Tuttavia, egli rese la maggior parte dei Valar – con la notevole eccezione di Melkor – più idealizzati rispetto alle divinità dei pantheon reali, spesso inclini a gelosie, faide, tradimenti e fragilità morali.
Molti elementi accomunano le mitologie norrena e greco-romana, ma la loro costruzione teologica differisce profondamente. Nella religione greca, ogni divinità rappresentava un principio distinto – la Natura, il Tuono, la Gelosia, la Guerra, la Musica, la Morte – mentre la mitologia norrena, come quella egizia, si organizzava attorno a una grande narrazione epica, popolata da personaggi eroici che venivano poi scelti per preghiere o rituali a seconda delle loro imprese e dei loro attributi.
Ecco perché i Greci potevano avere due divinità della guerra, Ares e Atena (rappresentative anche del conflitto tra le loro città rivali), mentre per i Nordici quasi tutte le divinità partecipavano in qualche modo al dominio della guerra. A seconda di come si osserva il pantheon di Arda, si può quindi percepire una maggiore affinità ora con quello nordico, ora con quello mediterraneo.
L’obiettivo dichiarato di Tolkien era combinare la mitologia nordica con alcuni temi cristiani: sebbene questi ultimi fondino il suo universo immaginario, finiscono poi per emergere quasi involontariamente solo ne Il Signore degli Anelli, come egli stesso ammise. Tolkien guardava con una sorta di “invidia creativa” alla Germania e alla Scandinavia, poiché quei popoli possedevano una mitologia ancestrale – le antiche saghe dell’Edda – che mancava all’Inghilterra. Il suo proposito iniziale fu dunque creare una mitologia autoctona per la sua terra, attingendo alle tradizioni “settentrionali” più che a quelle mediterranee.
Per questo motivo, i Valar del Silmarillion si comportano più come gli dei norreni che come quelli dell’Olimpo. Gli dei nordici, a eccezione di Loki, sono generalmente eroici e incorruttibili; gli dei olimpici, invece, sono spesso maliziosi, indifferenti o vendicativi, e non esitano a punire severamente i mortali che violano l’ordine divino.

La visione nordica del mondo è eminentemente eroica: gli dei appaiono come alleati dell’umanità nella lotta contro un cosmo freddo e ostile. Quella greca, al contrario, è più tragica, dominata dalla sofferenza e dal destino ineluttabile, spesso causato dagli stessi uomini. Gli dei nordici erano simili a eroi, e tutti avevano compiuto imprese immense in un passato quasi atemporale, spesso pagando un prezzo fisico per un dono in cambio: Odino sacrifica l’occhio per la conoscenza, Heimdall un orecchio, Freyr una mano. Le loro saghe sono attraversate da lotte interminabili, come quelle tra Thor e i Giganti, destinate a rotrarsi fino alla fine dei tempi, a causa di un odio “naturale” tra il dio e quella razza nefasta.
In questo orizzonte, Tolkien trova il tono epico e tragico che voleva dare ai Valar. Alcuni di essi mostrano chiari riflessi norreni: la combattività fisica di Tulkas, con la sua energia primordiale, ricorda la forza di Thor; il distacco oceanico di Ulmo evoca i giganti del mare; la dizione stessa, forgiata da un profondo interesse filologico, risente dell’influsso linguistico delle leggende del Nord.
Tuttavia, pur avendo modellato i Valar sugli dei norreni, Tolkien talvolta li avvicina alle divinità classiche. Aulë, per esempio – figura cruciale nelle storie degli Anelli del Potere – richiama più da vicino Vulcano/Efesto che qualsiasi divinità scandinava. Tolkien fu influenzato da Omero e, in parte, da Shakespeare, più di quanto volesse ammettere.
I Valar, pantheon di immortali, ricordano gli Æsir, gli dei di Asgard. Manwë, loro capo, presenta alcune somiglianze con Odino, il “Padre di tutti”; Thor, il più forte tra gli dei, si riflette in Oromë, cacciatore dei mostri di Melkor, e in Tulkas, il più potente dei Valar.
Thor e Tulkas
Thor e Tulkas, in particolare, condividono molti tratti: entrambi sono campioni dalla forza ineguagliabile, meno saggi di altri ma valorosi e luminosi. Il loro aspetto – alti, biondi e possenti – li accomuna, così come il loro ruolo di protettori. Thor è iracondo ma essenzialmente un difensore, in particolare della “Terra di Mezzo” in senso mitologico. È spesso protagonista di racconti comici, come la Thrymskvida o l’episodio di Utgarda-Loki. In alcune saghe, Odino, suo padre, lo inganna, poiché la divinità suprema nordica non è mai completamente benevola, ma ambigua e talvolta manipolatrice. L’intervento risolutivo di Tulkas contro Melkor, nel Silmarillion, richiama la Lokasenna, dove Loki insulta gli Æsir a una festa finché, solo con l’arrivo di Thor, si arrende: il parallelo è evidente.
Come nota John Garth, i Valar seguono le stesse “regole archetipiche” dei pantheon reali: esistono divinità celesti come Manwë, dell’acqua come Ulmo, della morte come Mandos. Le somiglianze di funzione, tuttavia, non bastano a definire le fonti, poiché sono universali. Tolkien trae ispirazione sia dal mondo greco che da quello nordico: Manwë/Zeus, Ulmo/Poseidone, Aulë/Efesto, Yavanna/Demetra, Vána/Persefone, Mandos/Ade, e persino Taniquetil come un Monte Olimpo ideale. Ma le personalità divergono: Manwë, ad esempio, non ha quasi nulla in comune con Zeus, se non il dominio sul cielo e l’associazione con le aquile.
Gli dei norreni non corrispondono puntualmente ai Valar come quelli greci – fatta eccezione per Tulkas/Thor – ma l’intera cosmologia scandinava permea la Terra di Mezzo: il Dagor Dagorath, la battaglia finale del mondo, riecheggia il Ragnarök; e i Nani di Tolkien derivano chiaramente dai dvergar norreni.
Altri studiosi hanno osservato affinità con gli dei finlandesi, mentre altri ancora sottolineano la parentela con la gerarchia cristiana: Eru Ilúvatar, Ainur, Valar e Maiar corrispondono rispettivamente a Dio, Angeli, Arcangeli e Serafini. Persino Sauron può ricordare Arawn, il dio gallese dell’Altromondo, signore di un regno oscuro popolato di creature maligne.
Tolkien mutuò dai miti del Nord anche i toni della tragedia, della sventura e della severità morale. Il senso di destino e malinconia permea la storia dei Valar – basti pensare alla tristezza profetica di Nienna o alle conseguenze tragiche della Caduta dei Noldor. Temi come la perdita irrevocabile e il declino del mondo derivano chiaramente da quella visione nordica in cui tutto è destinato alla fine.
L’ethos guerriero, tuttavia, è meno centrale nei Valar. Gli dei norreni – Odino, Thor – incarnano la battaglia e il wyrd, la fatalità eroica; i Valar, invece, meno guerrieri e più costruttori di mondi, legislatori e custodi. Quando combattono non è per la gloria, ma per difendere l’ordine della creazione.
Nella cosmologia nordica, il nostro mondo era Midgard, la “Terra di Mezzo”, situata tra Asgard, dimora degli dèi Æsir a occidente, e Jötunheimr, la terra dei giganti a oriente, da cui provenivano tutti i mali. È evidente l’eco di questa geografia mitica in Tolkien: la sua “Terra di Mezzo” deriva da Midgard, mentre Valinor riprende tratti di Asgard, il regno divino. Il ponte Bifröst trova il suo corrispettivo simbolico nei legami che uniscono il mondo divino e quello mortale nella Subcreazione tolkieniana.
Anche la cosmologia riflette questo parallelismo: la “guerra dei poteri” tra Valar e Morgoth richiama le battaglie tra gli dei norreni; la Valacirca – la Falce dei Valar, o Grande Carro – fu posta in cielo da Varda come monito a Melkor, proprio come le stelle della tradizione norrena fungevano da avvertimento o guida.
Gandalf e Odino
Il legame più evidente è forse quello tra Gandalf e Odino. Il mago è raffigurato come un vecchio saggio e viandante, portatore di conoscenza e potere, proprio come il dio norreno della sapienza e della guerra. Il nome “Gandalf” deriva dalla Völuspá, dove designa un Nano (Gandálfr: gandr + álfr, “elfo col bastone magico”), a testimonianza della complessità linguistica dell’ispirazione tolkieniana. Odino è spesso descritto come “Il Vagabondo”: un anziano con lunga barba bianca, mantello e cappello a tesa larga, dotato di immenso sapere. Tolkien stesso ammise, in una lettera del 1946, che Gandalf fu modellato sull’idea del viandante odinico.
Come Odino, Gandalf rinuncia al suo posto nel mondo divino – Valinor – per camminare tra i mortali, guidandoli con saggezza. Il parallelo diventa quasi esplicito nello scontro con il Balrog a Moria: il demone di fuoco, ispirato a Surtr, il gigante fiammeggiante destinato a bruciare il mondo nel Ragnarök, ricrea l’immaginario apocalittico della mitologia nordica. La battaglia sul ponte di Khazad-dûm riecheggia la profezia della caduta del Bifröst sotto il peso dei giganti: ma qui Tolkien trasforma la distruzione in sacrificio redentore, e il mito del Ragnarök diviene parabola morale sul potere, la morte e la rinascita.
Quindi, sfogliare le meravigliose immagini di Antonello Venditti in “Norse - Miti e Dei vichinghi” è un modo per capire più in profondità quell’amore che spinse Tolkien a prendere ispirazione dalle saghe norrene per le sue storie fantastiche.

Con la nuova collana Le Radici del Fantastico, vogliamo compiere un atto d’amore verso la
letteratura che ha fondato l’immaginario moderno. Una collana che affonda le radici nei capolavori
dell’Ottocento e del Novecento, riproponendoli in edizioni pregiate, arricchite da nuove traduzioni,
illustrazioni d’autore e dettagli unici. Perché il fantastico, prima ancora di diventare genere, è stato
visione, profezia, satira, incubo e desiderio: una chiave per leggere il nostro presente con occhi
spalancati.

Ad aprire la collana è stato uno dei romanzi più emblematici del Novecento: La Fattoria degli
Animali di George Orwell. Inizialmente, Orwell intitolò il libro “Animal Farm: A Fairy Story”. Lo
pubblicò solo nel 1945, dopo averlo proposto a diversi editori che lo rifiutarono perché l’opera
«avrebbe offeso molta gente, soprattutto per il fatto di aver scelto come classe dominante i maiali».
Nonostante le difficoltà iniziali, il libro fu un successo internazionale e un classico della letteratura
del XX secolo. Nella Fattoria degli Animali sono presenti tematiche molto tolkieniane come il fatto
che il desiderio di potere e controllo possa portare alla corruzione, anche all’interno di un
movimento che inizialmente si proponeva di liberare gli oppressi. Il romanzo non si limita a
criticare un particolare regime, ma sottolinea come il potere, in sé, abbia una tendenza intrinseca a
corrompere, sia chi lo esercita che chi lo subisce. Lo stesso vale per l’illusione della libertà: gli
animali, all'inizio entusiasti della loro nuova condizione, vengono gradualmente privati della loro
libertà e dei loro diritti, finendo per vivere in una società ancora più oppressiva di quella
precedente. Il romanzo si conclude con una nota amara, senza una vera risoluzione, lasciando al
lettore la riflessione sulla natura del potere. Allegoria politica e fiaba nera, torna così in una nuova
veste illustrata grazie alle potenti immagini di Enrique Breccia, maestro argentino del fumetto e
dell’illustrazione visionaria. La traduzione di Lorenzo Pierangeli, attenta alle sfumature e alla carica
simbolica del testo, restituisce tutta la forza sovversiva di un’opera che, a distanza di decenni,
continua a interrogare la nostra idea di potere, libertà e verità.

A settembre sarà disponibile in preordine il secondo volume della collana: 1984, sempre di George Orwell, romanzo fondamentale per comprendere il nostro tempo di sorveglianza, manipolazione e riscrittura della realtà.
Orwell inizialmente pensò di intitolare il romanzo “The Last Man in Europe”, ma il suo editore suggerì di trovare qualcosa di più commerciale. Il romanzo fu scritto nel 1948, e il titolo potrebbe essere un'inversione delle ultime due cifre di quell'anno. Il titolo è spesso visto come un’opera profetica, che anticipa il controllo statale e la sorveglianza di massa attraverso la tecnologia, temi di estrema attualità oggi. Le riflessioni dello scrittore nella Fattoria degli Animali vengono qui portate a ulteriori conseguenze. E anche qui i richiami a Tolkien sono moltissimi. Il romanzo introduce il concetto di “neolingua”, una forma di linguaggio semplificata creata per limitare il pensiero critico, un po’ come era il Linguaggio Nero degli Orchi. L’immagine del Grande Fratello, con i suoi occhi onnipresenti, è divenuta poi un simbolo universale del controllo e della sorveglianza, come lo era l’Occhio di Sauron con il suo metodo panoptico. C’è inoltre il “ministero dell’Amore”, il luogo dove vengono torturati e riprogrammati i dissidenti, dimostrando la crudeltà del regime e pure il suo senso del sarcasmo, che ricorda tanto la tendenza a rinominare le cose, per cambiargli funzione, tipica dei regimi autoritari.
Il romanzo mette in discussione soprattutto il concetto di verità oggettiva, mostrando come il potere può manipolare i fatti per controllare la popolazione, cosa purtroppo tristemente nota a tutti i contemporanei che vivono in un’era di fake news, di disinformazione ed essendo testimoni di eventi come l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del gennaio 2021. Con questioni così urgenti, “1984” continua ad essere studiato e discusso per la sua rilevanza nel contesto contemporaneo, dove la libertà d’espressione e pensiero, la videosorveglianza e il controllo sociale sono temi sempre più importanti.
Anche in questo caso, il testo è proposto in una nuova traduzione di Lorenzo Pierangeli, che restituisce con precisione e vigore tutta la potenza linguistica e concettuale del romanzo. Le illustrazioni sono affidate a Stefano Cardoselli, uno degli artisti italiani più originali e riconoscibili della scena fumettistica contemporanea. Il suo tratto tagliente e visionario darà corpo a un mondo distopico in cui il controllo è ovunque e la libertà non ha più volto.
Senza anticipare troppo, possiamo già dire che i prossimi titoli in lavorazione confermeranno lo spirito profondo della collana: riportare alla luce opere che, pur appartenendo a epoche passate, sanno ancora dialogare con le ansie, i sogni e le paure del nostro presente. E mostrare le consonanze con le opere di Tolkien, scrittore che ha inserito questioni fondamentali nella sua narrativa.
Ecco, quindi, che - andando in qualche caso a recuperare la versione primigenia, più selvaggia e onirica di alcuni romanzi - le prossime pubblicazioni ci aiuteranno a esplorare gli abissi geografici, psicologici e linguistici da cui è nato il fantastico moderno.
Ogni volume sarà un oggetto da collezione, pensato non solo per chi ama leggere, ma per chi ama abitare le storie: con copertine studiate, carte pregiate, illustrazioni inedite e un progetto grafico che valorizzi il contenuto letterario con rispetto e creatività.
Perché tornare alle radici del genere? Perché nel mondo di oggi, affollato da stimoli e narrazioni, sentiamo il bisogno di tornare ai grandi racconti che hanno gettato le fondamenta dell’immaginario contemporaneo. Le Radici del Fantastico è la nostra risposta editoriale: un modo per riscoprire, con occhi nuovi, storie che continuano a parlarci.
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