Leggere il nuovo volume “Norse - Miti e Dei vichinghi” non può non far pensare alla Terra di Mezzo. L’universo narrativo creato da J.R.R. Tolkien non nasce dal nulla: è intessuto con le trame profonde della mitologia europea, in particolare quella norrena. Lungi dall’essere un’allegoria, la sua opera rappresenta un’autentica operazione di mitopoiesi, in cui temi, archetipi e figure degli “dei vichinghi” vengono adattati e trasformati per costruire una nuova, coerente mitologia.
Lo scrittore inglese fu fortemente influenzato tanto dalla mitologia norrena quanto da quella greco-romana. Tuttavia, egli rese la maggior parte dei Valar – con la notevole eccezione di Melkor – più idealizzati rispetto alle divinità dei pantheon reali, spesso inclini a gelosie, faide, tradimenti e fragilità morali.
Molti elementi accomunano le mitologie norrena e greco-romana, ma la loro costruzione teologica differisce profondamente. Nella religione greca, ogni divinità rappresentava un principio distinto – la Natura, il Tuono, la Gelosia, la Guerra, la Musica, la Morte – mentre la mitologia norrena, come quella egizia, si organizzava attorno a una grande narrazione epica, popolata da personaggi eroici che venivano poi scelti per preghiere o rituali a seconda delle loro imprese e dei loro attributi.
Ecco perché i Greci potevano avere due divinità della guerra, Ares e Atena (rappresentative anche del conflitto tra le loro città rivali), mentre per i Nordici quasi tutte le divinità partecipavano in qualche modo al dominio della guerra. A seconda di come si osserva il pantheon di Arda, si può quindi percepire una maggiore affinità ora con quello nordico, ora con quello mediterraneo.
L’obiettivo dichiarato di Tolkien era combinare la mitologia nordica con alcuni temi cristiani: sebbene questi ultimi fondino il suo universo immaginario, finiscono poi per emergere quasi involontariamente solo ne Il Signore degli Anelli, come egli stesso ammise. Tolkien guardava con una sorta di “invidia creativa” alla Germania e alla Scandinavia, poiché quei popoli possedevano una mitologia ancestrale – le antiche saghe dell’Edda – che mancava all’Inghilterra. Il suo proposito iniziale fu dunque creare una mitologia autoctona per la sua terra, attingendo alle tradizioni “settentrionali” più che a quelle mediterranee.
Per questo motivo, i Valar del Silmarillion si comportano più come gli dei norreni che come quelli dell’Olimpo. Gli dei nordici, a eccezione di Loki, sono generalmente eroici e incorruttibili; gli dei olimpici, invece, sono spesso maliziosi, indifferenti o vendicativi, e non esitano a punire severamente i mortali che violano l’ordine divino.

La visione nordica del mondo è eminentemente eroica: gli dei appaiono come alleati dell’umanità nella lotta contro un cosmo freddo e ostile. Quella greca, al contrario, è più tragica, dominata dalla sofferenza e dal destino ineluttabile, spesso causato dagli stessi uomini. Gli dei nordici erano simili a eroi, e tutti avevano compiuto imprese immense in un passato quasi atemporale, spesso pagando un prezzo fisico per un dono in cambio: Odino sacrifica l’occhio per la conoscenza, Heimdall un orecchio, Freyr una mano. Le loro saghe sono attraversate da lotte interminabili, come quelle tra Thor e i Giganti, destinate a rotrarsi fino alla fine dei tempi, a causa di un odio “naturale” tra il dio e quella razza nefasta.
In questo orizzonte, Tolkien trova il tono epico e tragico che voleva dare ai Valar. Alcuni di essi mostrano chiari riflessi norreni: la combattività fisica di Tulkas, con la sua energia primordiale, ricorda la forza di Thor; il distacco oceanico di Ulmo evoca i giganti del mare; la dizione stessa, forgiata da un profondo interesse filologico, risente dell’influsso linguistico delle leggende del Nord.
Tuttavia, pur avendo modellato i Valar sugli dei norreni, Tolkien talvolta li avvicina alle divinità classiche. Aulë, per esempio – figura cruciale nelle storie degli Anelli del Potere – richiama più da vicino Vulcano/Efesto che qualsiasi divinità scandinava. Tolkien fu influenzato da Omero e, in parte, da Shakespeare, più di quanto volesse ammettere.
I Valar, pantheon di immortali, ricordano gli Æsir, gli dei di Asgard. Manwë, loro capo, presenta alcune somiglianze con Odino, il “Padre di tutti”; Thor, il più forte tra gli dei, si riflette in Oromë, cacciatore dei mostri di Melkor, e in Tulkas, il più potente dei Valar.
Thor e Tulkas
Thor e Tulkas, in particolare, condividono molti tratti: entrambi sono campioni dalla forza ineguagliabile, meno saggi di altri ma valorosi e luminosi. Il loro aspetto – alti, biondi e possenti – li accomuna, così come il loro ruolo di protettori. Thor è iracondo ma essenzialmente un difensore, in particolare della “Terra di Mezzo” in senso mitologico. È spesso protagonista di racconti comici, come la Thrymskvida o l’episodio di Utgarda-Loki. In alcune saghe, Odino, suo padre, lo inganna, poiché la divinità suprema nordica non è mai completamente benevola, ma ambigua e talvolta manipolatrice. L’intervento risolutivo di Tulkas contro Melkor, nel Silmarillion, richiama la Lokasenna, dove Loki insulta gli Æsir a una festa finché, solo con l’arrivo di Thor, si arrende: il parallelo è evidente.
Come nota John Garth, i Valar seguono le stesse “regole archetipiche” dei pantheon reali: esistono divinità celesti come Manwë, dell’acqua come Ulmo, della morte come Mandos. Le somiglianze di funzione, tuttavia, non bastano a definire le fonti, poiché sono universali. Tolkien trae ispirazione sia dal mondo greco che da quello nordico: Manwë/Zeus, Ulmo/Poseidone, Aulë/Efesto, Yavanna/Demetra, Vána/Persefone, Mandos/Ade, e persino Taniquetil come un Monte Olimpo ideale. Ma le personalità divergono: Manwë, ad esempio, non ha quasi nulla in comune con Zeus, se non il dominio sul cielo e l’associazione con le aquile.
Gli dei norreni non corrispondono puntualmente ai Valar come quelli greci – fatta eccezione per Tulkas/Thor – ma l’intera cosmologia scandinava permea la Terra di Mezzo: il Dagor Dagorath, la battaglia finale del mondo, riecheggia il Ragnarök; e i Nani di Tolkien derivano chiaramente dai dvergar norreni.
Altri studiosi hanno osservato affinità con gli dei finlandesi, mentre altri ancora sottolineano la parentela con la gerarchia cristiana: Eru Ilúvatar, Ainur, Valar e Maiar corrispondono rispettivamente a Dio, Angeli, Arcangeli e Serafini. Persino Sauron può ricordare Arawn, il dio gallese dell’Altromondo, signore di un regno oscuro popolato di creature maligne.
Tolkien mutuò dai miti del Nord anche i toni della tragedia, della sventura e della severità morale. Il senso di destino e malinconia permea la storia dei Valar – basti pensare alla tristezza profetica di Nienna o alle conseguenze tragiche della Caduta dei Noldor. Temi come la perdita irrevocabile e il declino del mondo derivano chiaramente da quella visione nordica in cui tutto è destinato alla fine.
L’ethos guerriero, tuttavia, è meno centrale nei Valar. Gli dei norreni – Odino, Thor – incarnano la battaglia e il wyrd, la fatalità eroica; i Valar, invece, meno guerrieri e più costruttori di mondi, legislatori e custodi. Quando combattono non è per la gloria, ma per difendere l’ordine della creazione.
Nella cosmologia nordica, il nostro mondo era Midgard, la “Terra di Mezzo”, situata tra Asgard, dimora degli dèi Æsir a occidente, e Jötunheimr, la terra dei giganti a oriente, da cui provenivano tutti i mali. È evidente l’eco di questa geografia mitica in Tolkien: la sua “Terra di Mezzo” deriva da Midgard, mentre Valinor riprende tratti di Asgard, il regno divino. Il ponte Bifröst trova il suo corrispettivo simbolico nei legami che uniscono il mondo divino e quello mortale nella Subcreazione tolkieniana.
Anche la cosmologia riflette questo parallelismo: la “guerra dei poteri” tra Valar e Morgoth richiama le battaglie tra gli dei norreni; la Valacirca – la Falce dei Valar, o Grande Carro – fu posta in cielo da Varda come monito a Melkor, proprio come le stelle della tradizione norrena fungevano da avvertimento o guida.
Gandalf e Odino
Il legame più evidente è forse quello tra Gandalf e Odino. Il mago è raffigurato come un vecchio saggio e viandante, portatore di conoscenza e potere, proprio come il dio norreno della sapienza e della guerra. Il nome “Gandalf” deriva dalla Völuspá, dove designa un Nano (Gandálfr: gandr + álfr, “elfo col bastone magico”), a testimonianza della complessità linguistica dell’ispirazione tolkieniana. Odino è spesso descritto come “Il Vagabondo”: un anziano con lunga barba bianca, mantello e cappello a tesa larga, dotato di immenso sapere. Tolkien stesso ammise, in una lettera del 1946, che Gandalf fu modellato sull’idea del viandante odinico.
Come Odino, Gandalf rinuncia al suo posto nel mondo divino – Valinor – per camminare tra i mortali, guidandoli con saggezza. Il parallelo diventa quasi esplicito nello scontro con il Balrog a Moria: il demone di fuoco, ispirato a Surtr, il gigante fiammeggiante destinato a bruciare il mondo nel Ragnarök, ricrea l’immaginario apocalittico della mitologia nordica. La battaglia sul ponte di Khazad-dûm riecheggia la profezia della caduta del Bifröst sotto il peso dei giganti: ma qui Tolkien trasforma la distruzione in sacrificio redentore, e il mito del Ragnarök diviene parabola morale sul potere, la morte e la rinascita.
Quindi, sfogliare le meravigliose immagini di Antonello Venditti in “Norse - Miti e Dei vichinghi” è un modo per capire più in profondità quell’amore che spinse Tolkien a prendere ispirazione dalle saghe norrene per le sue storie fantastiche.

Ecco dieci curiosità e aneddoti legati al tema delle battaglie e della guerra nel legendarium tolkieniano
1. La Nirnaeth Arnoediad come tragedia epica
La Quinta Battaglia, detta delle Lacrime Innumerevoli, fu pensata da Tolkien come il culmine della sconfitta degli Eldar. Nonostante la grande alleanza tra Elfi e Uomini, Morgoth aveva preparato trappole e tradimenti con largo anticipo, ribaltando ogni speranza di vittoria. Questo evento segnò non solo la rovina del Beleriand, ma anche un punto di svolta narrativo in cui Tolkien esprime il senso di inevitabilità della caduta.
2. Fingolfin contro Morgoth
Uno degli episodi più celebri delle guerre del Beleriand è il duello disperato di Fingolfin, Alto Re dei Noldor, contro Morgoth stesso. Armato della spada Ringil, riuscì a ferire il Signore Oscuro sette volte, prima di cadere. Il corpo del re elfico fu recuperato dal Re delle Aquile Thorondor, che sfregiò anche il volto di Morgoth, lasciandogli una cicatrice eterna.
3. Glaurung, il padre dei draghi
Il primo drago alato della Terra di Mezzo entrò in scena proprio nelle battaglie del Beleriand. In gioventù fuggì davanti alle frecce degli arcieri, ma tornò più potente, capace di infrangere assedi e diffondere terrore. Non era solo una bestia, ma un’arma strategica di Morgoth, al pari di un intero esercito.

4. Le Aquile come esercito celeste
Nelle battaglie più disperate, le Aquile di Manwë intervenivano come forza provvidenziale, ribaltando le sorti degli scontri. Tolkien stesso associava questi interventi al concetto di eucatastrofe: un’improvvisa grazia capace di trasformare il disastro in speranza, un riflesso della sua fede cristiana.
5. I Mearas e i cavalli sacri
Le stirpi di cavalli che parteciparono alle guerre non erano animali comuni: discendevano dagli stalloni di Valinor e, secondo le leggende, erano doni del Vala Oromë. Questa genealogia nobile rendeva i cavalli dei Noldor e, secoli dopo, i Mearas dei Rohirrim, animali quasi sacri, connessi al destino stesso degli uomini.
6. Il trauma della Grande Guerra
L’esperienza personale di Tolkien nella Prima guerra mondiale, dove vide morire uomini e cavalli nelle trincee della Somme, influenzò profondamente la sua scrittura. La descrizione delle battaglie del Beleriand porta i segni di quel trauma: eserciti annientati, speranze tradite, e la sensazione di un nemico troppo grande per essere sconfitto.
7. Il mare come destino di Tuor ed Eärendil
Non tutte le “battaglie” furono sul campo: Tuor, visitato dal Vala Ulmo, ricevette il richiamo del mare che trasmise al figlio Eärendil. Questo “sea-longing” non fu solo un destino personale, ma divenne la via attraverso cui la guerra contro Morgoth trovò il suo epilogo, con Eärendil che guidò le forze dei Valar alla Guerra d’Ira.
8. L’ombra di Ungoliant e Shelob
Alle origini delle guerre sta anche il caos portato da creature oscure come Ungoliant, la gigantesca progenitrice dei ragni che divorò gli Alberi di Valinor. La sua discendente Shelob, che Frodo e Sam affronteranno secoli dopo, rappresenta la continuità di quella minaccia: un “fronte oscuro” parallelo alle battaglie degli eserciti.
9. Il mostro delle acque di Moria
Accanto a draghi e balrog, Tolkien introdusse il Tentacolare, creatura acquatica che attacca la Compagnia fuori dai Cancelli di Moria. Definita da Gandalf una “cosa senza nome”, è più antica di Sauron stesso, un ricordo del caos primordiale che si manifesta al di là delle battaglie conosciute.
10. Le lacrime come memoria eterna
Il nome Nirnaeth Arnoediad non è casuale: “lacrime innumerevoli” indica non solo il dolore degli Elfi e degli Uomini, ma anche la memoria stessa del disastro, destinata a essere cantata e raccontata per secoli. Tolkien mette in scena non una sconfitta dimenticata, ma un trauma collettivo trasformato in mito, proprio come accade alle grandi guerre della storia umana.
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A differenza di molte altre mitologie o saghe moderne, le creature che popolano l’opera di J.R.R. Tolkien non sono mai un semplice contorno scenografico. Gli animali, grandi e piccoli, reali o fantastici, diventano parte integrante del racconto, assumendo talvolta un valore simbolico, altre volte un peso narrativo diretto, fino a farsi veri e propri personaggi.
Dalle api giganti di Beorn agli Olifanti dell’Harad, dai corvi parlanti di Erebor ai pipistrelli che oscurano i cieli, ogni creatura porta con sé tracce di cultura, lingua e mito. Non si tratta soltanto di zoologia fantastica: Tolkien innesta sugli animali memorie personali, suggestioni tratte da fonti medievali e invenzioni originali che li rendono protagonisti di episodi indimenticabili. La loro presenza ci ricorda quanto la natura, nel mondo tolkieniano, non sia mai neutrale, ma viva, senziente, capace di interagire con gli Uomini, gli Elfi e gli Hobbit.
Proponiamo dieci curiosità e aneddoti scelti tra i più sorprendenti. Non si tratta di un elenco esaustivo, ma di uno sguardo che accompagna il lettore alla scoperta di dettagli insoliti e affascinanti: episodi che mostrano la profondità con cui Tolkien concepì il rapporto tra l’uomo e il mondo animale. Sono piccole finestre che illuminano la complessità del suo immaginario, invitando a leggere le opere con occhi nuovi, più attenti a ciò che vive, respira e agisce accanto agli eroi.
1. Scoiattoli immangiabili
Durante il loro viaggio a Boscuro, Thorin e la sua Compagnia catturarono uno scoiattolo nero per cercare di sfamarsi. Tuttavia, con grande delusione, scoprirono che la carne dell’animale era immangiabile. Tolkien inserisce questo dettaglio non tanto per il gusto del realismo, quanto per ribadire il carattere cupo e ostile della foresta: perfino una preda apparentemente comune e innocua come lo scoiattolo diventa un ostacolo alla sopravvivenza. È un aneddoto che rivela come in Tolkien anche gli animali possano diventare strumenti narrativi per descrivere ambienti carichi di tensione.
2. Orsi danzatori
A Númenor, gli orsi non erano solo temuti per la loro forza, ma vivevano in armonia con gli uomini. Esisteva addirittura una tradizione festiva, la “Grande danza dell’orso di Tompollë”, in cui i grandi orsi neri, addestrati o spontanei, si esibivano in danze rituali per divertire il pubblico. Questo episodio curioso mostra un lato più leggero e quasi folkloristico della mitologia tolkieniana, in cui anche gli animali selvatici diventano parte della cultura e del divertimento umano.

3. Pipistrelli vampiri
I pipistrelli non sono solo creature notturne che popolano caverne e foreste. Tolkien li descrive come presenze inquietanti, alleate degli Orchi nella Battaglia dei Cinque Eserciti. Non si limitano a oscurare il cielo con le loro ali, ma addirittura si avventano sui caduti per succhiarne il sangue, assumendo così una connotazione da veri e propri “vampiri animali”. L’immagine di questi stormi che oscurano la luce evoca un’atmosfera apocalittica e rafforza il senso di terrore che circonda la battaglia.
4. Il popolo dei tassi
Nelle Avventure di Tom Bombadil e in alcuni accenni nel Signore degli Anelli, Tolkien parla di un misterioso “popolo dei tassi”, creature senzienti e parlanti che vivono in tane sotterranee nella Vecchia Foresta. Questi animali non sono malvagi, ma rappresentano una sorta di controparte naturale degli Hobbit, con cui condividono abitudini di vita sotterranea. Alcuni studiosi hanno ipotizzato un legame etimologico tra “Baggins” e “badger” (tasso in inglese), suggerendo che Tolkien potesse aver giocato su questa somiglianza. Una curiosità che rende i tassi figure quasi mitiche, al confine tra fiaba e zoologia fantastica.
5. Cani filosofi
Nelle opere minori come Mr. Bliss, i cani non sono solo compagni fedeli, ma arrivano a riflettere sul proprio comfort e benessere, mostrando pensieri quasi umani. Questo tratto conferma quanto Tolkien fosse incline ad attribuire agli animali una dimensione emotiva e intellettiva che va oltre l’istinto. Nei testi maggiori, la figura di Huan, il cane di Valinor che può parlare tre volte nella sua vita, rappresenta l’apice di questa concezione: un animale che non è un semplice aiutante, ma un vero personaggio con un destino eroico.
6. Olifanti smisurati
I Mûmakil, o Olifanti, sono tra le creature più spettacolari del legendarium. Alti dai 15 ai 25 metri, con zampe come tronchi d’albero e orecchie a forma di vela, venivano usati dagli Haradrim come armi da guerra. Tolkien ne sottolinea la potenza devastante: cariche inarrestabili, torri da guerra legate sul dorso e persino la capacità di seminare il panico tra i cavalli nemici. Nonostante la loro forza, avevano un unico punto debole: gli occhi, che una freccia ben scoccata poteva colpire. La scena in cui Sam vede per la prima volta un Olifante in Ithilien restituisce tutta la meraviglia e lo stupore di fronte a un animale quasi mitologico.
7. Api giganti
Beorn, il mutaforma che appare ne Lo Hobbit, possedeva api di dimensioni straordinarie, capaci di produrre miele in abbondanza. Tolkien le descrive con realismo e meraviglia, al punto da ricordare che nell’estate del 3018 “il miele gocciolava nei favi”. Le api non sono solo un dettaglio pittoresco, ma contribuiscono a rafforzare la figura di Beorn come signore della natura, in grado di vivere in equilibrio con animali imponenti e straordinari. È un aneddoto che dimostra come anche gli insetti possano avere un ruolo epico nell’universo tolkieniano.
8. Insulti bestiali
Gli orchi, noti per il loro linguaggio ruvido e dispregiativo, usavano il termine “scimmia” come insulto, insieme a “verme” e “snaga” (schiavo). È interessante che Tolkien scelga proprio gli animali come fonte di disprezzo, segno che in questo universo le creature naturali, pur avendo spesso un ruolo positivo, potevano anche incarnare simboli di debolezza agli occhi dei malvagi. Questo riflette il modo in cui il linguaggio stesso diventa specchio delle culture della Terra di Mezzo.
9. Un animale giocattolo
Tra le invenzioni più curiose di Tolkien c’è il “Giraniglio”, un animale immaginario metà coniglio e metà giraffa. È probabile che sia nato dalle fiabe e dai racconti che l’autore inventava per i propri figli, magari ispirandosi a peluche o giochi infantili. Questa creatura non compare nel legendarium principale, ma testimonia la vena di fantasia leggera e scherzosa di Tolkien, capace di creare esseri buffi e teneri oltre ai grandi mostri epici.
10. Cani di famiglia
Da bambino, Tolkien non possedeva cani suoi, ma a leggere gli appunti del fratello Hilary sulla loro infanzia felice nelle verdi campagne di Sarehole, si scopre che lì c’era anche un cane, chiamato “Mosè”, capace di scacciare piccoli felini mostruosi. Questo dettaglio biografico, apparentemente marginale, mostra come gli animali fossero comunque parte integrante del suo mondo fin dall’infanzia. È possibile che esperienze come queste abbiano contribuito alla sensibilità con cui l’autore descrive i cani nei suoi testi, da quelli quotidiani degli Hobbit fino ai cani mitici come Huan.
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Prima di diventare una saga di culto, Il Signore degli Anelli fu il frutto di un lavoro solitario, paziente e ostinato. Per più di dodici anni, Tolkien scrisse e digitò a mano la sua epopea, lettera per lettera, armato di due dita e di una visione incrollabile.
Tendiamo a pensare a Il Signore degli Anelli come a un monumento al fantasy moderno, e indubbiamente lo è. Ma ciò che spesso si dimentica è che questo capolavoro non è solo il frutto della fervida immaginazione di un professore di Oxford con la passione per le lingue antiche; è il frutto di un lavoro instancabile, profondamente manuale, svolto in solitudine e ostinazione. Per più di dodici anni, JRR Tolkien scrisse, corresse, ricopiava e poi batteva a macchina la sua opera, non alla velocità di un moderno word processor, ma digitando lentamente, faticosamente, con solo due dita.

Nell'era delle tastiere agili, questa lentezza sembra superata. Ma è proprio in questo che risiede il respiro singolare de Il Signore degli Anelli: ogni parola è soppesata, ogni frase scolpita. Dietro la magia della Terra di Mezzo, c'è un'epopea silenziosa, quella di un uomo solo davanti alla pagina bianca, che avanza lettera dopo lettera, con feroce determinazione.
Tolkien non è uno scrittore professionista in senso stretto. Filologo e professore a Oxford, scrive mattina e sera tardi, tra correzione di bozze e vita familiare. Lontano dai ritmi imposti oggi dal mercato editoriale, procede a passo d'uomo, imponendo un ritmo molto personale anche nella sua battitura a macchina: due dita, una per mano, su una Royal degli anni '40. La velocità non ha importanza; il rigore sì. Quello che potrebbe essere un handicap diventa un punto di forza della concentrazione. Tolkien rilegge, cancella e ricomincia. Prima scrive con una penna d'oca, su carta a righe, poi, una volta soddisfatto, batte a macchina la versione definitiva, che corregge di nuovo. Diverse versioni di ogni capitolo esistono ancora nei suoi archivi, piene di osservazioni e suggerimenti.
Nel dicembre del 1937, subito dopo la pubblicazione de Lo Hobbit , Tolkien iniziò a scrivere Il Signore degli Anelli . L'avventura si sarebbe protratta fino al 1949. Dodici anni punteggiati da dubbi, interruzioni e conflitti editoriali. Inizialmente, Tolkien pensava solo a un semplice seguito di Bilbo, ma il suo universo divenne rapidamente tentacolare. Inventò lingue, popoli e regni. La sua corrispondenza testimonia questa dolorosa gestazione: stanchezza, ansia e, soprattutto, la sensazione di non finire mai. Spesso pensò di arrendersi, ma perseverò, spinto da una visione interiore. Digitando il testo con due dita, rallentò il tempo e si immerse nel mondo che stava costruendo. Ogni pagina dattiloscritta divenne una parte tangibile della Terra di Mezzo.
Lo immaginiamo curvo sulla sua macchina da scrivere, concentrato, mentre digita lentamente ogni lettera, tra pile di carta e mappe disegnate a mano. La meccanica della Royal risuona come un metronomo. Questa lentezza è il suo metodo. La macchina da scrivere, lungi dall'essere un semplice strumento, è parte del processo. Offre una materialità "ufficiale" a un mondo nato da manoscritti cancellati, spesso illeggibili. Nonostante la sua goffaggine, Tolkien si rifiutò a lungo di farsi battere a macchina i suoi testi, insistendo che ogni pagina passasse sotto le sue dita. Solo negli ultimi anni, e per alcune copie, accettò finalmente di essere aiutato.

Ciò che colpisce è questa assoluta fedeltà al proprio ritmo. Non cerca mai di andare più veloce, mai di risparmiare tempo. È un tratto che si ritrova anche nella sua opera: gli eroi della Terra di Mezzo avanzano a piedi, lentamente, a costo di mille sforzi, lontani da scorciatoie e imprese. L'avventura, per lui, è un viaggio interiore.
Tolkien ha letteralmente vissuto il suo romanzo mentre lo scriveva, in un dialogo ostinato con la sua macchina da scrivere e le sue due dita: lento, ma determinato. Quando si legge Il Signore degli Anelli oggi , si percepisce questa densità, questa resistenza alla fretta: nulla è facile o gratuito, tutto è conquistato pagina dopo pagina. Tolkien non scrive mai velocemente, ma colpisce nel segno. Il suo stile denso, a volte arcaico, nasce da sforzo, rigore e lentezza.
In un'epoca in cui regnano l'immediatezza e le (dolorose) ingiunzioni dell'istante, il suo viaggio ci ricorda che la letteratura può nascere anche dalla pazienza e che i capolavori sono atti di fede, costruiti un personaggio alla volta.
Questa e mille altre curiosità si possono trovare nel nostro saggio Un anno con Tolkien, di Roberto Arduini e Cecilia Barella.

L’immagine di una bambina a cavallo di un orso polare richiama alla memoria dei lettori italiani La bussola d’oro di Philip Pullman. In realtà, questa figura è un’icona della fiaba scandinava quanto il burattino di legno lo è di quella italiana. Lyra in compagnia dell’orso è un debito, ma non il solo, che Pullman deve alla fiaba norvegese “A oriente del sole, a occidente della luna”.

«Un giovedì sera alla fine dell’autunno», racconta la fiaba, un grande orso bianco si presenta alla casa di un contadino molto povero e con una famiglia molto numerosa. Chiede di portare con sé la bella figlia minore con la promessa di cambiare le sorti di tutta la famiglia. Così avviene. A cavallo dell’orso, la ragazza viene condotta in uno splendido palazzo, dove viene servita e trattata con premura. Ogni sera, dopo che si è coricata, qualcuno la raggiunge nella sua stanza e dorme accanto a lei, ma se ne va prima dell’imbrunire. Quando una domenica, la ragazza – che si sente triste e sola – è condotta a far visita ai genitori e ai fratelli, la madre le consiglia di scoprire che non dorma con un troll. Benché l’orso l’abbia messa in guardia contro tali consigli, la notte successiva lei illumina con una candela l’uomo addormentato, un uomo tanto attraente che non può fare a meno di baciarlo, e alcune gocce di cera gli cadono addosso e lo svegliano. Se solo avesse atteso un anno, le svela lui, l’incantesimo che lo trasformava in orso di giorno si sarebbe rotto. Ora invece, deve sposare la figlia della sua matrigna troll. La ragazza non può trattenerlo, le è concesso solo di cercarlo «ma non c’era nessuna strada, era a oriente del sole e a occidente della luna, e lei non sarebbe mai arrivata». Di fatto è a questo punto che inizia la ricerca per amore, la parte più lunga, suggestiva e poetica di questa fiaba, ma che è bene non rivelare per non rovinare la lettura.
Nel 1889, poi, Andrew Lang incluse questa fiaba nel Libro Blu delle Fiabe. Tra i suoi lettori, anche il giovane J.R.R. Tolkien. Il professore di Oxford non fu mai particolarmente generoso di citazioni nelle sue opere (fatto salvo il caso dei nomi), eppure c’è un omaggio diretto e inequivocabile alla fiaba norvegese nel Signore degli Anelli. È nel terzo libro, Il Ritorno del Re, quando gli Hobbit Frodo e Sam si dirigono verso i Porti Grigi per la partenza definitiva del Portatore dell’Anello dalla Terra di Mezzo, imbarcandosi con gli Elfi su una nave che veleggia a occidente verso una terra sempre evocata ma mai descritta. A dorso di un puledro, Frodo intona la canzone che hanno già cantato all’inizio del viaggio, uscendo dalla Contea (La Compagnia dell’Anello, cap. In tre si è in compagnia), “Rosso è il fuoco nel camino”.
Voltato l’angolo forse ancora si trova
Un ignoto portale o una strada nuova;
Spesso ho tirato oltre, ma chissà,
Finalmente il giorno giungerà,
E sarò condotto dalla fortuna
A est del sole, a ovest della luna.
Per assecondare la rima, in inglese, Tolkien è costretto a invertire i termini sole-luna (“West of the Moon, East of the Sun“) che, invece, nella traduzione italiana possono tornare nell’ordine originale.
Tolkien non parla di questa fiaba né nelle sue lettere né nei saggi, quindi non sappiamo cosa lo abbia colpito, o perché la prediligesse. Ma possiamo supporre che una ricerca apparentemente impossibile (come la missione di Frodo) verso un luogo che quasi nessuno conosce (come la terra a occidente verso cui migrano, o meglio tornano, gli Elfi), possiamo supporre che una fiaba così evocativa fosse nelle corde del professore.
Non è un caso che “east of the sun, west of the moon” sia diventata, in inglese, un’espressione per indicare il posto impossibile da trovare, il posto fantastico per antonomasia.
Questa ed altre curiosità si possono trovare nella nostra edizione de Il Libro Blu delle Fiabe.

Il 22 giugno festeggiamo la nascita di H. Rider Haggard, autore di numerosi racconti di genere esotico-avventuroso e fantastico, ambientati per lo più nell’Africa del Sud: tutto il ciclo Le miniere di re Salomone (King Solomon’s mines, 1885) ed Eric Brighteyes (1891), molto popolari nella tarda epoca vittoriana. Un personaggio caratteristico di molti suoi libri è il cacciatore bianco Allan Quatermain, immortalato in seguito sul grande schermo dai molti film tratti dal romanzo Le miniere del Re Salomone. Haggard sercitò una notevole influenza su E. R. Burroughs - l’autore di Tarzan - e in generale sul filone dei «Mondi Perduti». P.J. Farmer ha usato i suoi personaggi e i suoi contesti nel Ciclo di Opar.

Pochi lettori, però, sanno che Haggard è anche padre di Lei – La donna eterna, un romanzo che ha sfornato uno dei personaggi più affascinanti, inquietanti e memorabili della letteratura avventurosa: Ayesha, anche detta She-Who-Must-Be-Obeyed. Già solo il soprannome mette in chiaro che non stiamo parlando di una che ti chiede le cose per favore.
Immortale, bellissima, potentissima. Ayesha non ha bisogno di armate o incantesimi per farsi temere: le basta guardarti. E tu, povero umano, ti senti improvvisamente come se ti avessero tolto tutti i vestiti dell’anima. Ma sotto il fascino, She è tutto tranne che tenera: comanda, controlla, conserva se stessa per l’eternità e tratta il resto del mondo come un fastidio secondario.

Il romanzo, scritto in una fine Ottocento inglese che rivitalizzava appassite vaghezze tardoromantiche con i sogni di futuro della nuova era imperiale, fu molto letto. Dopo, semidimenticato, ha continuato a vivere, per frammenti e semi sparsi, in tutte le storie avventurose, in qualunque modo raccontate (e soprattutto, è da dire, nel cinema).
Sicché, Lei, è come se tutti l'avessero letto, pur essendo pochi oggi quelli che l'hanno fatto veramente. È il luogo infatti di tutti i luoghi comuni dell'intreccio avventuroso, ma contemporaneamente ne crea alcuni nuovi che hanno dominato il secolo. Lo schema è quello classico del viaggio avventuroso in terre misteriose a caccia di un enigma consegnato alla decifrazione di un crittogramma millenario: ma al viaggio nello spazio si aggiunge un attraversamento del tempo, o meglio un'idea del tempo storico come dedalo, come scenario di un unico evento sovraumano che vi si svolge circolarmente, a coincidere fine e inizio. L'evento è un archetipo dell'amore e della vita, che eternamente si inseguono, per svanire entrambi non appena s'incontrano, e ricominciare di nuovo inseguimento e fuga non appena svaniti.
Ma soprattutto l'archetipo è Lei, la donna immortale: Sapere, Potere, Bellezza assoluti e pieni. E Lei, come l'amore di Platone che è solo una separazione che tende a riunirsi, c'è finché manca.

Il romanzo Lei, appena pubblicato nel 1887 esaurì in tre mesi venticinquemila copie: e Ayesha, la donna eterna, divenne uno dei piccoli miti della letteratura popolare. Un mito che, con accortezza dumasiana, vent'anni dopo Haggard rinverdì con la continuazione del romanzo: The return of She.
All’inizio del Novecento Ayesha era un personaggio talmente popolare che Carl Gustav Jung la cita spesso nelle sue opere e arriva a farne il prototipo dell’Anima, uno degli elementi strutturali dell’inconscio collettivo: «Per Rider Haggard il motivo significativo dell’Anima si dispiega nel modo più puro e ingenuo…».
Ayesha è una donna straordinariamente bella, così bella che tutti quelli che la vedono ricordano l’incontro per sempre. She governa un piccolo regno isolato, i cui confini a nessuno era permesso oltrepassare... Gli estranei sono ammessi solo se lei aveva accettato in anticipo di ammetterli, e anche allora devono fare parte del viaggio con gli occhi bendati. Bella e fatale, adorabile ma temibile, non è solo saggia ma anche
immortale…
Galadriel come Ayesha
Nel capitolo 13 di She ci viene detto di «un vaso simile a un’acquasantiera scolpita nella pietra… piena di acqua pura» (descritta in She and Allan [Capitolo 22] come «un treppiede di marmo su cui stava un bacino mezzo pieno d’acqua»). Ayesha usa questo “specchio” per mostrare agli eroi visioni di luoghi lontani e lo usa lei stessa per vedere cosa sta succedendo nel mondo esterno. Ayesha dice: «Quell’acqua è il mio specchio; in esso vedo cosa succede se mi interessa evocare le sue immagini, cosa che non avviene spesso. In esso posso mostrarti ciò che vuoi del passato, se c’è qualcosa che ha a che fare con questo Paese e con ciò che ho conosciuto, o qualsiasi cosa che tu osservatore, hai conosciuto. Pensa a un volto, se vuoi, e si rifletterà dalla tua mente sull’acqua. Non conosco ancora tutti i suoi segreti - non posso leggere nulla riguardo al futuro».
Nel capitolo 19 di Ayesha: The Return of She si trova questa questa scena: «Cominciò lentamente ad accarezzarsi i capelli abbondanti, poi il seno e il corpo. Ovunque passassero le sue dita, nasceva la luce mistica, finché… brillò dalla testa ai piedi come l’acqua del mare fosforescente, un essere glorioso, ma spaventoso da vedere. Poi agitò la mano e, a parte il dolce splendore sulla sua fronte, tornò come era stata».

Tolkien apprezzava molto i romanzi di Haggard, in particolare She (1887), che aveva letto. È possibile si sia interessato agli altri tre titoli di questa serie popolare: Ayesha: The Return of She (1905), She and Allan (1921) e La figlia della saggezza (1923). Una volta disse espressamente: «Suppongo che da ragazzo She mi interessasse più di qualsiasi altra cosa».
Ora, leggere She fa venire in mente un parallelo con Galadriel. Sono tantissimi i punti di contatto: anche lei immortale, anche lei bellissima, saggia, regale. Anche lei governa un regno isolato, con uno scorrere diverso del tempo, anche lei usa uno specchio d’acqua per scrutare il mondo. E anche lei, se ti guarda troppo a lungo, ti fa sentire come se ti stessero leggendo dentro riga per riga.
Nel capitolo “Lo specchio di Galadriel” del Signore degli Anelli, la dama elfica lo dice espressamente a Frodo, quando le offre l’Unico Anello: «Tu mi daresti l’Anello spontaneamente! Al posto dell’Oscuro Signore vorresti mettere una Regina. E io non sarò oscura, bensì bella e terribile come la Mattina e la Notte! Stupenda come il Mare e il Sole e la Neve sulla Montagna! Tremenda come la Tempesta e il Fulmine! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi amerebbero e si dispererebbero!».
Ma c’è una differenza chiave con She: Galadriel dice no. Quando le viene offerto il potere assoluto, lo rifiuta. Rinuncia alla tentazione di diventare la She della Terra di Mezzo. Ayesha, invece, il potere lo vuole. E lo prende. E lo tiene. Sono due archetipi che si specchiano. Galadriel è il “cosa sarebbe successo se”. È
Ayesha con freni etici. Una che poteva diventare una dea e ha scelto di restare elfa. Ma in fondo, il fascino di entrambe sta lì: nel contrasto tra il sublime e il terrificante.
Due regine eterne, lontane e magnetiche, che non hanno bisogno di muoversi. Basta che ci siano, e il mondo intorno cambia.
Quindi, quando rileggerete la scena in cui Galadriel brilla come una stella e poi torna a essere un’esile donna in bianco, ricordate: se Tolkien non avesse letto She, magari la storia sarebbe andata diversamente.
Magari l’Anello non sarebbe finito nel Monte Fato.
Magari ci sarebbe finito tutto il resto.
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Chi ha detto che J.R.R. Tolkien scriveva solo di elfi, anelli e draghi? Se pensavate che la Terra di
Mezzo fosse l’unico mondo che il Professore di Oxford avesse creato, preparatevi a cambiare idea.
Conoscete "I Frammenti di Bovadium"? È un inedito che promette di far discutere. Si tratta di un breve romanzo satirico scritto da Tolkien a fine anni Cinquanta e rimasto per decenni tra le pieghe degli archivi della Bodleian Library.
Il manoscritto – lungo 53 pagine e accompagnato da illustrazioni dello stesso autore – racconta la
distruzione di una città chiamata Bovadium (che tanto ricorda Oxford…) per mano dei Motores,
automobili demoniache prodotte dal misterioso Demone di Vaccipratum (alias Cowley).
Altro che Orchi: qui il nemico è il traffico!
Strade bloccate, cittadini asfissiati, parcheggi introvabili. Sembra la tangenziale di Roma un sabato
pomeriggio.

Lo stile? Un delirio sapiente tra latino maccheronico, humour inglese e personaggi grotteschi con
nomi improbabili – Rotzopny, il Dottor Gums, Śarevelk – che sembrano usciti da un incubo di un
latinista sotto anestesia. Non stupisce che Tolkien stesso lo considerasse troppo assurdo per essere
pubblicato: «Non ho intenzione di farlo intralciare col mio lavoro vero e proprio», disse nel 1968.
Eppure ci provò: nel 1960 lo mandò alla rivista Time and Tide, poi al suo editore Rayner Unwin e
perfino al collega Clyde S. Kilby, che lo definì «pieno dell’inventiva che ci si aspetta da Tolkien».
In effetti, lo è. Ma con più clacson e meno hobbit.
Ma chi è davvero questo “demone” che getta Oxford nel caos motorizzato? Dietro la maschera
mitica, Tolkien punta il dito contro William Richard Morris, alias Lord Nuffield, l’uomo che ha
letteralmente motorizzato la città. Nato a Worcester nel 1877 e cresciuto a Oxford, Morris iniziò
come riparatore di biciclette a 15 anni. A 16 già gestiva la sua officina. Poi passò alle moto, ai taxi, e
infine, nel 1912, creò la Morris Oxford – la celebre Bullnose – e la fabbrica che avrebbe cambiato
per sempre il volto della città.

Cowley, allora periferia sonnolenta di Oxford, divenne il cuore pulsante della produzione
automobilistica inglese. Le catene di montaggio della Morris Motors negli anni Venti producevano
più di mille auto a settimana. Negli anni Trenta, Morris dominava il 30% del mercato britannico.
Una rivoluzione industriale su quattro ruote. La Morris Motors divenne il principale datore di
lavoro della regione durante la vita di Tolkien, rappresentando un'attrattiva per i lavoratori e le
aziende che sostenevano l'industria automobilistica. Il notevole aumento della popolazione di
Oxford tra le due guerre fu dovuto in parte allo sviluppo dell’industria automobilistica. E Oxford, la
raffinata città universitaria, si ritrovò con due anime: a ovest i college e a est il rombo dei motori.
Il detto locale “Oxford è la riva sinistra di Cowley” riassume perfettamente il cambiamento.
L’università, una volta padrona incontrastata, vide nascere a pochi chilometri di distanza un colosso
industriale che trasformò la città e attirò lavoratori da tutta la Gran Bretagna, Galles in testa. I
gallesi portarono la tradizione dei cori maschili e soprattutto i bellicosi sindacati: anche se contrario,
Morris dovette adattarsi e scendere a patti con loro.
Il successo rese Morris uno degli uomini più ricchi del Regno Unito. Nel 1938 fu nominato
Visconte Nuffield e iniziò una seconda vita da filantropo. Fondò ospedali, donò cattedre a Oxford,
finanziò il Nuffield College e produsse centinaia di polmoni d’acciaio per i malati di poliomielite.
Disse una volta: «Quello che ho potuto fare per la medicina e l’insegnamento mi ha dato più
soddisfazione di qualsiasi altra cosa».
Eppure, non tutto luccica. Negli anni Trenta finanziò anche il New Party di Oswald Mosley con 50.000 sterline, e in seguito il giornale Action, noto per i suoi toni antisemiti. Interruppe ogni sostegno nel 1932, ma la macchia resta. Filantropo? Sì. Ma anche uomo del suo tempo, con luci e ombre.
Quando morì nel 1963, l’Oxford Mail lo definì “il creatore della moderna Oxford”, e per una volta i
titoli sensazionalistici non erano esagerati. La città che Tolkien vide cambiare sotto i suoi occhi
portava la firma – e il rombo – di Morris. L’imprenditore lasciò una pesante eredità sulla città: Lord
Nuffield è ricordato come il fondatore della Nuffield Foundation, del Nuffield Trust e del Nuffield
College dell'Università di Oxford.

Sembra proprio che l’uomo d'affari abbia ispirato un personaggio noto come il Demone di
Vaccipratum dei Frammenti di Bovadium. In un passaggio del racconto, Tolkien scrive: “Ma
accadde che un Demone (come si supponeva) nelle sue officine segrete ideò alcune macchine
abominevoli, a cui diede il nome di Motores”. Altra conferme giungono dai nomi scelti per
protagonisti e luoghi, scelte che riflettono anche la padronanza del latino da parte di Tolkien.
Bovadium è il nome latinizzato di Oxford, come sarebbe stata chiamata se fosse esistita in epoca
romana e Vaccipratum si traduce come “pascolo delle mucche”, che è la traduzione letterale dal
latino del toponimo Cowley, proprio il luogo dove Morris aveva fondato la sua fabbrica di motori.
Si pensa che Tolkien abbia tratto ispirazione anche da una controversia urbanistica scoppiata negli
anni '40, quando era professore di lingua e letteratura inglese al Merton College dell'Università di
Oxford. Il tentativo di decongestionare il traffico tramite la costruzione di una strada a doppia
carreggiata attraverso Christ Church Meadow, un antico spazio aperto nel cuore di Oxford, scatenò
un lungo dibattito pubblico che durò fino agli anni '60, quando il progetto fu infine abbandonato.
Secondo Richard Ovenden, bibliotecario di Bodley, il racconto parla di uno studioso del futuro che
esamina le prove di una società ormai perduta, che “adorava l’automobile”, aggiungendo: “Tolkien
fu profondamente colpito dal modo in cui l'industria automobilistica stava cambiando la sua città, e
questo traspare”.
E qui si chiude il cerchio. La satira feroce di I Frammenti di Bovadium non nasce dal nulla. Già nel
1919, Tolkien aveva scritto una poesia allitterativa di 24 versi intitolata I motociclisti, in cui
definiva i centauri moderni “sciocchi imbrattati di sudiciume” e condannava “il loro tanfo con
velocità insensata / dal nulla al nulla, attraverso nulla che valga la pena di vedere”.
Un attacco ironico, ma tutt’altro che leggero, a chi confonde progresso con rumore, libertà con
scarico, mobilità con invasione. Quei versi – come I Frammenti di Bovadium – non sono solo
divertissement accademici. Sono la reazione di un filologo medievale, innamorato dei boschi e delle
lingue antiche, di fronte a un mondo che correva troppo veloce. E troppo rumorosamente.
Chissà cosa penserebbe oggi, imbottigliato nel traffico di Cowley Road.
Forse scriverebbe un altro poema. O più semplicemente, prenderebbe il treno.
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Il nome «elfi» (singolare álfr, plurale álfar) ha radici antiche e affonda nell’etimologia indoeuropea. È collegato alla radice ALBH-, che significa «risplendere» o «essere bianco» (da cui anche il latino albus). Nella mitologia nordica, gli álfar sono una categoria di esseri sovrannaturali dotati di natura divina.
Questa sacralità è confermata sia dalla loro frequente associazione con gli dèi (Æsir e Vanir), sia da fonti che parlano di sacrifici loro dedicati. Le saghe vichinghe, ad esempio, descrivono riti autunnali di carattere privato, officiati da donne, legati alla fertilità. Un’usanza era quella di cospargere con il sangue di un bue i tumuli abitati dagli elfi — una pratica che ricorda le offerte (burro, grasso, monete, spille) lasciate nelle älvkvarnar svedesi, piccole cavità scavate nella pietra risalenti all’Età della Pietra, considerate in passato pietre sacrificali.
Il culto degli elfi ha molti punti in comune con quello delle dísir, divinità femminili legate alla fertilità e alla famiglia. Ciò suggerisce che almeno una parte della figura dell’elfo fosse connessa agli spiriti ancestrali, custodi della stirpe. Non a caso, si credeva che gli elfi dimorassero nei tumuli, come le anime dei defunti. Questo legame con il mondo dei morti è rimasto vivo nel folclore scandinavo.
In origine, il termine era maschile. Tuttavia, le leggende norrene includevano anche figure femminili, come le ljósálfar (“elfe bianche”).
Prima del Novecento, questa parola in italiano non era usata perché elfi, nani e troll sono parte, appunto, delle culture germaniche. Le figure più simili del folclore italiano sono chiamate folletti, spiritelli, gnomi e fate, cioè tutte quelle che chiameremmo ora creature del piccolo popolo.
La prima traduzione integrale italiana del Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien uscì nel 1970 (per Rusconi, con traduzione di Alliata e Principe). Il termine elfo in italiano è quindi un calco di traduzione del termine inglese moderno “elf”, che nell’opera di Tolkien si riferisce a figure ben diverse dai folletti e dalle fate. Si tratta di una delle razze principali della Terra di Mezzo, si distinguono dalle altre due razze, gli Uomini e i Nani, soprattutto per la loro immortalità (in realtà è una longevità).
Tolkien utilizza Elf sia al maschile che al femminile. Come scritto, la parola “elf” deriva dal proto-germanico albaz, e nel tempo ha dato origine a termini simili in molte lingue germaniche (tedesco Alp, norreno álfr, inglese antico ælf). La parola inglese elf deriva da un termine anglosassone più spesso attestato come ælf (il cui plurale sarebbe stato *ælfe). Nell’ anglosassone, per gli elfi femminili venivano usate forme separate (come ælfen, a partire dal comune germanico *ɑlβ(i)innjō). Tuttavia, durante il periodo del medio inglese, la parola elfo arrivò abitualmente ad includere anche gli esseri femminili. I principali affini germanici medievali (parole di origine comune) dell'elfo sono alfr in nordico antico, alfar al plurale e alp nell'alto tedesco, alpî al plurale, elpî (accanto a elbe femminile). Queste parole devono essere state ereditate dal ceppo germanico comune, l’antenato della lingua inglese, tedesca e scandinava: si torna così alle forme germaniche comuni accennato all’inizio che devono essere state *ɑlβi-z e ɑlβɑ-z. Queste parole provengono tutte da una base indoeuropea albh-, e sembrano essere collegate all'idea di bianco. La parola germanica presumibilmente in origine significava “persona bianca”, forse come eufemismo. Jakob Grimm pensava che il candore implicasse connotazioni morali positive e, annotando lo ljósálfar di Snorri Sturluson, suggeriva che gli elfi fossero divinità della luce.

Tolkien, nel suo Legendarium, ha creato un mondo dove gli Elfi sono esseri immortali, esteticamente perfetti, sia maschi che femmine. «… saranno le più belle di tutte le creature terrene, e avranno, concepiranno e partoriranno più bellezza di tutti i miei figli; e avranno la più grande beatitudine in questo mondo», dice l’Ente Supremo, Ilúvatar, nel Silmarillion. In loro risplende ancora la luce delle stelle che ammirarono alla loro nascita e che rappresenta la loro natura divina, la loro connessione con il regno beato di Valinor e il loro ruolo nella storia di Arda. Tolkien infatti descrive gli elfi come creature di una bellezza ultraterrena, con voci melodiose e cristalline, abili in tutte le arti creative, riportando i canoni antichi nella narrativa.
Tuttavia, nei testi in lingua originale, l’autore non distingue tra maschio e femmina nella parola Elf — dal momento che il termine in inglese non ha genere, come d’altronde la stragrande maggioranza dei sostantivi. Sono i nomi propri e i ruoli narrativi a rivelare il genere (es. Galadriel è una elfa, Legolas è un elfo). Ha sempre scritto semplicemente elf anche per personaggi femminili. Ad esempio, nella lettera 345 Tolkien scrive: «Arwen was not an elf, but one of the halt-elven who abandoned her elvish rights» («Arwen non era un’elfa, ma una dei mezzielfi che rinunciò ai suoi diritti elfici»).
Filologo, scrittore e consapevole dell’importanza delle parole, Tolkien per primo ha usato “Ent-wives” per le Entesse, “le mogli degli Ent”, non ha esitato a inventare Shelob come nome proprio di una grande creatura simile a un ragno femmina, combinando la parola inglese “she” (una “femmina”) e la parola dialettale inglese “lob” (“ragno”), giustificando il tutto come un termine in Ovestron (la Lingua Comune) che significa appunto “ragno femmina”. Però non ha mai usato il termine “elvess” o “elfess” (entrambi derivati dall’anglosassone ælfen per indicare le elfe come riportato sopra). Questo perché lo riteneva probabilmente arcaico e soprattutto ridondante. Sicuramente non avrebbe mai utilizzato un termine come “she-Elf” (“elfo femmina”) che è un termine relativamente moderno e informale per riferirsi alle elfe soprattutto in uso nell’inglese americano.
Tolkien usa, invece, il termine elf-maid o elf-maiden (“fanciulla elfica” per entrambi) nel legendarium: Lúthien è chiamata sia elf-maid sia elf-maiden. Morwen (madre di Túrin), sebbene umana, aveva l’epiteto Eledhwen, che significa elf-maiden. Galadriel in un’occasione è chiamata Elf-lady “Signora degli Elfi”. Si diceva che la figlia di Sam, Elanor, assomigliasse più a una fanciulla elfica che a uno hobbit. Il nome della tomba di Finduilas, Haudh-en-Elleth, cioè “the Mound of the Elf-maid” (il “Tumulo della Fanciulla elfica”). In tutti questi casi, però, c’è una motivazione importante. Il termine elf-maid in questo contesto è un termine arcaico che indica non semplicemente un’elfa, ma “una giovane elfa nubile”, per enfatizzare la bellezza e la grazia delle elfe, spesso associandole a un senso idealizzato di femminilità. L'uso di questo specifico termine si collega anche ai temi più ampi della sua opera, tra cui il loro ruolo unico nel suo mondo, il contrasto tra elfi immortali e uomini mortali, il passare del tempo e la fine dell’influenza elfica nella Terra di Mezzo. Insomma, un uso ponderato della parola, solo quando serve a sottolineare un aspetto specifico. Un buon esempio è Arwen nel Signore degli Anelli: è la figlia di Elrond, un esempio significativo di fanciulla elfica. Dopo l’inizio della sua relazione con Aragorn, viene spesso chiamata “Arwen Stella del Vespro” o semplicemente "Arwen", ma il termine elf-maid è usato per descriverla prima del suo matrimonio.
Lo stesso vale per il brano tratto da From Laws and Customs among the Eldar che descrive la società e le usanze degli Elfi: «In all such things not concerned with the bringing forth of children, the neri and nissi (that is, the men and women) of the Eldar are equal… there was less difference in strength and speed between elven-men and elven-women that had not borne child than is seen among mortals». L’autore sta riflettendo sulle differenze di genere, che tra i giovani non sposati sono veramente minime. Per correttezza, abbiamo in questo caso un termine diverso a seconda del genere, che rispettivamente al singolare è nêr e nissë, elfo ed elfa.

Nel passaggio all’italiano, i traduttori si sono trovati davanti a un dilemma:
Così, la prima traduzione del Signore degli Anelli (di Vittoria Alliata e Quirino Principe) ha usato elfo anche per le donne elfiche, specificando il genere tramite aggettivi e contesto (es. “una donna elfo”). Ma col tempo, nell'uso comune, è emersa e si è affermata la forma “Elfa” come femminile diretto e trasparente. A oltre 70 anni dalla pubblicazione del Signore degli Anelli, il termine elfa oggi è largamente usato soprattutto nella letteratura fantasy italiana, nei giochi di ruolo (D&D, Pathfinder), nei videogiochi (Skyrim, Dragon Age, Baldur’s Gate) e nei fandom legati a Tolkien (anche in ambito accademico). Ormai “elfa” è una forma corretta, moderna e pienamente accettata.
Alcuni dizionari aggiornati registrano elfa come sostantivo femminile autonomo. E questo vale anche per tutti gli scritti di Tolkien in italiano. Già nel 2003 nel Dizionario dell’Universo di J.R.R. Tolkien i nomi Amarië, Elenwë, Eärwen e Indis sono tutti definiti con il termine “elfa”.
Le sole resistenze in questo senso provengono da chi è legato alla trilogia cinematografica di Peter Jackson, in cui nel primo capitolo uno dei Nazgûl si rivolge ad Arwen dicendo: «Dacci il Mezzuomo, Elfo femmina”. Il doppiaggio riprende l’originale «Give us the Halfling, She-Elf».
La scena è però apocrifa, perché Tolkien non solo non usa mai il termine “She-Elf”, ma proprio non racconta l’episodio in quel modo, non essendo Arwen presente, e essendo Frodo portato in salvo dall’elfo Glorfindel.
La scelta tra “elfo femmina” e “elfa” non è solo una questione di lessico, ma riflette il modo in cui la lingua evolve per rispecchiare i mondi immaginari che abitiamo e costruiamo. Se Tolkien, scrivendo in inglese, poteva contare su un termine neutro e flessibile come elf, i traduttori e lettori italiani hanno sentito il bisogno di una forma più naturale, che desse piena identità anche alle figure femminili del popolo elfico.
“Elfa” oggi non è solo un adattamento moderno, ma un segno di come mito, letteratura e lingua si intreccino. È una parola che nasce da un’esigenza narrativa e culturale, e che ormai ha trovato piena cittadinanza nell’immaginario collettivo.
Nel mondo reale come in quello della Terra di Mezzo, le parole contano. E scegliere di dire “elfa” significa anche riconoscere la dignità linguistica e simbolica di un personaggio, di un ruolo e di una visione del fantastico sempre più inclusiva e precisa.
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La piccola avventura olandese di J.R.R. Tolkien tra una zuppa di “vermi”, pipe d’argilla e duecento fan entusiasti.

Quando si pensa all’autore del Signore degli Anelli, JRR Tolkien, si immagina subito un serio professore pronto a sottolineare ogni nostro errore di grammatica e persino a bocciarci! Ma lo scrittore era tutto il contrario, sempre disponibile a smettere i panni dell’università, per correre al pub a bere e disquisire di rugby, politica, libri e tutto quel che gli passava per la testa!
Se non ci credete, ecco una storia da leggere davanti a una tazza di tè o magari una buona pinta hobbit!
Nella primavera del 1958, Tolkien si ritrovò in un’avventura che, pur senza draghi o anelli magici, avrebbe fatto sorridere anche Bilbo Baggins. Lo scrittore inglese era stato invitato a una vera e propria “cena Hobbit”, organizzata dalla libreria Voorhoeve en Dietrich, che aveva contribuito a diffondere la Terra di Mezzo anche nei Paesi Bassi. Alla fine di marzo di quell’anno, il tempo era tutto fuorché da Contea: una nebbia fredda e una pioggerella insistente accompagnavano il viaggio di Tolkien verso i Paesi Bassi. Ma come per magia – o forse per una qualche simpatia elfica del meteo – non appena il treno si avvicinò a Rotterdam, il cielo si aprì. Il sole cominciò a splendere e non smise per due interi giorni, quasi a voler accogliere l’autore del Signore degli Anelli con il tepore che si riserva a un vecchio amico. Miracoli meteo? No, solo l’inizio di quella che sarebbe diventata una delle parentesi più singolari e affettuosamente bizzarre della vita pubblica del professore di Oxford. Tra la folla che accoglieva il suo treno alla stazione, Tolkien riuscì subito a individuare il suo contatto: il signor Ouboter, che agitava una copia del Signore degli Anelli come fosse uno stendardo di Gondor. Un gesto semplice, ma efficace. Tolkien lo trovò subito simpatico e intelligente.
La sera, tra le portate del sontuoso banchetto, una in particolare aveva scatenato l’ilarità generale: la famigerata Zuppa di Maggot – un nome che in inglese fa sobbalzare chiunque non sia abituato all’umorismo tolkieniano: . Chi conosce l’inglese sa che “maggot” vuol dire “verme”, e il povero Ouboter, inconsapevole del doppio significato, l’aveva scelta come omaggio al contadino Maggot, personaggio secondario e un po’ burbero, ma onesto, del primo capitolo della Compagnia dell’Anello. In realtà, la zuppa era un’innocente e prelibata crema di funghi. Ma ormai la frittata era fatta – o meglio, la zuppa servita – e le risate partite. Ouboter, pur se un po’ imbarazzato, la prese con filosofia. Tolkien stesso si fece una risata: del resto, che razza di cena hobbit sarebbe stata senza qualche scivolone linguistico?
Rotterdam, nel 1958, non era esattamente una città da cartolina. Ancora segnata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, offriva scenari di squallore e ricostruzione, spesso disumanizzante. Tolkien ne fu colpito: «Penso che sia stata la frattura tra questo mondo squallido con la sua ricostruzione gigantesca e ampiamente de-umanizzata, e i gusti naturali e ancestrali degli olandesi, a fare sì che, specialmente a Rotterdam, essi siano quasi inebriati dagli hobbit!».

Infatti, la cena fu un successo travolgente. Oltre 200 persone – per lo più lettori appassionati, non accademici – avevano pagato per partecipare. Altri furono addirittura respinti per mancanza di posti. L’atmosfera era carica di entusiasmo e di pipe fumanti, letteralmente. In Olanda, terra dove l'erba pipa è quasi una religione, Tolkien trovò un pubblico adorante, incuriosito più dagli hobbit che da elfi o draghi. «Parlavano quasi solo degli hobbit», ricorda. E non a caso: in un Paese in ricostruzione, ancora ferito dalla guerra, la semplicità e la genuinità degli Hobbit offrivano una via di fuga poetica.
Durante la serata, la cena è stata certamente “abbondante e prolungata”, dato che tra le portate erano inframezzati i discorsi, tutti in inglese. Tolkien, pur non amante della retorica, ascoltò con pazienza elogi a volte anche un po’ troppo entusiasti. Tranne uno: un misterioso psicologo – in realtà un grafologo – con tutta una serie di idee un po’ bislacche sul Signore degli Anelli, che fu saggiamente congedato dopo cinque minuti da un presidente di serata che, si può dire, conosceva bene l’arte di Frodo: agire con discrezione nei momenti più delicati.
Alla fine, Tolkien chiuse la serata con una replica, ispirata al celebre discorso di Bilbo nel giorno del suo compleanno: «Conosco metà di voi solo a metà, e nutro per meno della metà di voi metà dell'affetto che meritate…». Una parodia, certo, ma anche un omaggio scherzoso e affettuoso.
E poi, come in ogni buona festa hobbit, arrivò il tabacco. Ogni tavolo venne decorato con pipe di argilla e barattoli di tabacco – grossi, sottolinea Tolkien – provenienti, pare, dalla ditta Van Rossem. Ma la cosa più incredibile erano i manifesti pubblicitari, appesi alle pareti con frasi che sembravano uscite da Brea: «Erba pipa per gli Hobbit. In tre qualità: Foglia di Pianilungone, Vecchio Tobia e Stella del Sud». Una campagna di marketing che avrebbe fatto impallidire anche il miglior mercante di Gran Burrone.
E la generosità olandese non finì lì. Qualche tempo dopo, Van Rossem decise di ringraziare il Professore a modo suo: gli spedì un pacco pieno di pipe e tabacco in omaggio. E così, nella sua nebbiosa Oxford, Tolkien poté accendersi una pipa da hobbit, ricordando quella strana, affettuosa, inaspettata avventura nei Paesi Bassi.
Questa piccola avventura in terra olandese ci mostra un Tolkien diverso: è un aneddoto molto umano, poetico e a tratti comico su come la fantasia possa accendere l’entusiasmo anche nei tempi più grigi. Un piccolo capitolo nella vita di Tolkien che sembra uscito dalle sue stesse pagine: pioggia, sole, risate, pasticci linguistici e un mondo – reale – che assomiglia sorprendentemente alla Contea.

Questa e mille altre curiosità si possono trovare nel nostro saggio Un anno con Tolkien, di Roberto Arduini e Cecilia Barella.

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